CONTRO LO STRISCIANTE RAZZISMO ISTITUZIONALE,
A QUALE SANTO VOTARSI?
S. Petronio non è contento. A una settimana dalla sua festa, vede dall'alto che nella sua Bologna un lavoratore migrante che chiede di poter entrare nell’Ufficio Stranieri della Questura per consegnare i suoi documenti, dopo due ore d’attesa si sente dire: «se ti lamenti ancora, ti faccio entrare per ultimo». Non approva che il ragazzo del Bangladesh che cerca di ottenere informazioni si senta rispondere: «ma tu che non sai neanche parlare l’italiano, che cosa ci fai ancora in questo paese?».
Non gli piace che quando qualcuno fa notare che c’è chi ha preso un appuntamento, che gli ingressi potrebbero avere un ordine, ha come risposta il silenzio mentre gli passa davanti chi l’appuntamento non ce l’ha.
Non vorrebbe vedere la donna pakistana col suo bimbo in braccio, che insiste perché sono ormai le 10 e il suo appuntamento era alle 9, e deve accompagnare il bambino all’asilo, respinta con un’alzata di spalle: «se suo figlio perde un giorno d’asilo non è poi così grave».
Questo è successo ieri a Bologna.
Ma chi decide cosa è grave?
Sentiamo parlare ogni giorno di presunti scontri di civiltà, ma non dovrebbero stare proprio dalla parte dei “civili” (contro noi “barbari” che non parliamo neanche bene l’italiano) quelli che ci costringono tutti i giorni, con il sole d’agosto, la pioggia d’ottobre o il gelo dell’inverno bolognese a fare file interminabili in mezzo alla strada, e che pure ci insultano? Già immaginiamo i vertici della Questura di Bologna che scrollano le spalle: quello che fa un singolo impiegato non dipende da noi; noi che facciamo del nostro meglio, ma non abbiamo i soldi; noi non abbiamo il personale; noi non abbiamo mica colpe. Invece noi sappiamo che quello che noi lavoratori e lavoratrici migranti subiamo tutti i giorni, tutti i giorni, di fronte all’Ufficio Stranieri della Questura di Bologna, non è altro che strisciante razzismo istituzionale, che quotidianamente ha luogo nell’indifferenza di chi dovrebbe amministrare quel piccolo vicolo in cui noi facciamo la fila.
Nemmeno San Francesco, protettore di questa Italia civile, sarebbe contento.
Noi lavoratrici e lavoratori migranti che viviamo a Bologna non sempre possiamo rispondere agli insulti. Non è come fare la fila alle poste, o in banca, perché da quella fila, dalla possibilità di entrare nell’Ufficio Stranieri della Questura di Bologna, dipende la nostra vita, legata a quel pezzo di carta che si chiama permesso di soggiorno. Ma a volte la misura si colma, l’indignazione esplode, e allora non si può tacere su ciò che è davvero grave, e con noi non può tacere Bologna, se non vuole ammettere che nel suo cuore di mattoni rossi il razzismo può anche indossare la divisa. Per questo invitiamo non solo il Prefetto e il Questore, ma anche la stampa e ogni cittadino a venire a vedere con i propri occhi e ascoltare ciò che noi ogni giorno siamo costretti a vedere e ad ascoltare.
Per rispondere a tutto questo, di certo non intendiamo votarci a nessun Sant’Antonio, patrono di Padova e ultimamente anche dei muri.
Per rispondere a tutto questo chiederemo un incontro ai responsabili della Questura e della Prefettura, e saremo in piazza ancora una volta, il prossimo 7 ottobre, durante la giornata transnazionale di lotta dei migranti, per far sentire la nostra voce contro la gestione vergognosa dei permessi di soggiorno da parte della Questura e della Prefettura di Bologna e contro quel razzismo strisciante che le attraversa e non possiamo più accettare.