Per il protagonismo dei migranti
Per l'abolizione del legame tra permesso di soggiorno e lavoro
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giovedì, 13 ottobre 2005

PRENDERE PAROLA

L'editoriale di SENZA CHIEDERE IL PERMESSO
il Foglio Periodico del Coordinamento Migranti di Bologna e Provincia


Il decreto di attuazione della legge Bossi-Fini ha portato tutto alla luce del sole: questa legge considera noi, uomini e donne migranti, forza lavoro da mettere a disposizione delle esigenze dei padroni. Con il “contratto di soggiorno” che dobbiamo stipulare con loro per poter rinnovare il permesso, è ancora più facile ricattarci, licenziare quelli che sono un “eccesso” rispetto alle esigenze produttive, o quelli che hanno lottato per migliorare le loro condizioni di lavoro. Più di prima, il “contratto di soggiorno” da stipulare col padrone è un modo per farci accettare condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori, e per farci restare in silenzio pur di rinnovare quel pezzo di carta al quale è legata la nostra permanenza in questo paese.

Il decreto di attuazione rende chiaro quello che sapevamo già molto bene: la legge Bossi-Fini non è solo una legge razzista, che produce discriminazione. La legge Bossi-Fini è una legge che serve a regolare il mercato del lavoro, che apre e chiude le frontiere a seconda delle esigenze della produzione, che ci rende ricattabili, ci minaccia di clandestinità non solo perché rischiamo continuamente di perdere i documenti e ricadere nell’illegalità, ma anche perché vuole costringerci al silenzio, alla clandestinità politica.

Quello che noi migranti stiamo sperimentando sulla nostra pelle, che la legge Turco-Napolitano prima e la Bossi-Fini poi ci hanno imposto, è una condizione che anche i lavoratori italiani conoscono. La legge 30 sul mercato del lavoro, preceduta dal cosiddetto pacchetto Treu, ha resto tutti i lavoratori e le lavoratrici, italiani e migranti, pienamente disponibili alle esigenze dell’impresa: le agenzie interinali sono diventate ormai l’unica via per ottenere contratti di pochi mesi o addirittura settimane, e ogni lavoratore che voglia ottenere un rinnovo deve accettare qualsiasi condizione gli venga imposta. Sappiamo che mentre i lavoratori italiani hanno un “permesso di soggiorno a tempo indeterminato”, per noi migranti l’intreccio tra la legge Bossi-Fini e la legge 30 significa dover rinnovare sempre più spesso il contratto di soggiorno, essere costretti a file interminabili e lunghissimi tempi di attesa, correre il rischio di essere rinchiusi in un Centro di Permanenza Temporanea, e di essere espulsi. Ma sappiamo anche che proprio il lavoro è il terreno principale su cui la lotta politica contro la legge Bossi-Fini e il contratto di soggiorno per lavoro può manifestare tutta la sua forza, e può diventare una forza per tutti i lavoratori, italiani e migranti.

In questi anni siamo scesi in piazza molte volte, a livello territoriale come a livello nazionale. A Bologna, l’esperienza del Coordinamento Migranti ha portato non solo a numerosi presidi, ma anche alle due grandi manifestazioni del 25 settembre 2004 e del 25 giugno 2005 contro la Legge Bossi-Fini e la Turco-Napolitano, per dire no al legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro e ai centri di permanenza temporanea. Insieme alla mobilitazione abbiamo sostenuto diversi incontri con la Prefettura cittadina, perché siano risolti una volta per tutte i problemi delle file di fronte all’Ufficio Stranieri e dei lunghissimi tempi di attesa, che rendono le nostre condizioni di vita sempre più difficili, impedendoci di muoverci, di usufruire dei servizi, anche di trovare un altro lavoro. Il 24 settembre scorso si è tenuto un altro incontro con i responsabili della Prefettura, durante il quale abbiamo continuato a porre con forza la necessità di trovare una soluzione a questi problemi, e durante il quale abbiamo richiesto ancora una volta la possibilità di autocertificare le nostre condizioni abitative, poiché sempre più spesso i padroni rifiutano di stipulare il contratto di soggiorno con il pretesto di non voler essere responsabili per questo. Non smetteremo di fare pressione e mobilitarci finché non avremo ottenuto dei concreti miglioramenti per la vita di migliaia di uomini e donne in questa città.

Ma i miglioramenti che saremo in grado di ottenere a livello territoriale non saranno mai in grado di risolvere il vero problema, che è il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che rende necessarie le quote flussi così come i centri di permanenza temporanea. Un problema che riguarda tutti i lavoratori e le lavoratrici migranti in ogni parte d’Italia. Quella nazionale è la dimensione necessaria della lotta alla legge Bossi-Fini.

 Il 4 dicembre dello scorso anno oltre cinquantamila migranti sono stati in piazza a Roma, in una grande manifestazione autorganizzata che ha mostrato chiaramente quale forza siamo in grado di esprimere prendendo parola in prima persona. Non possiamo affidarci alle scelte di questo o quel governo: essere protagonisti delle nostre lotte è l’unica via per affermare con forza la nostra rivendicazione della completa libertà di muoverci e di restare in questo paese e in Europa.

A livello nazionale un nuovo percorso è aperto. Il prossimo 22 ottobre a Bari e Gradisca di Isonzo due manifestazioni diranno con forza NO ai centri di permanenza temporanea, cercando di impedire l’apertura di quelli che in queste due città sono in costruzione. Un percorso che approderà ancora una volta a Roma il 3 dicembre, quando daremo ancora una volta il segno della nostra forza e del nostro protagonismo.

In questo percorso, vogliamo che questo giornale, “Senza Chiedere il Permesso”, dia il segno chiaro di questo protagonismo a Bologna e provincia. Vogliamo che sia uno strumento di informazione che possa circolare tra tutti i migranti di ogni lingua e provenienza, ma che sia soprattutto uno strumento di comunicazione politica che faccia parlare i lavoratori e le lavoratrici migranti e di cui i lavoratori e le lavoratrici migranti possano parlare. Raccoglieremo interviste che diano voce alle esperienze di ciascuno perché sappiamo che ogni esperienza, nel momento in cui è condivisa, può acquistare un valore politico dentro a un percorso di lotta condiviso. Vogliamo che “Senza chiedere il Permesso” sia lo spazio aperto dove lavoratori e lavoratrici migranti possano far parlare le loro realtà di lavoro e di vita, dalle fabbriche alle cooperative, dai cantieri edili del lavoro nero alle case, luoghi del lavoro domestico e di cura. Vogliamo che sia uno strumento concreto per costruire percorsi di crescita e mobiltazione che arrivino al 3 dicembre a Roma ma vadano anche oltre, indicando il lavoro come terreno principale della lotta alla legge Bossi-Fini e perché la parola d’ordine dello sciopero continui a circolare e a unire lavoratori e lavoratrici migranti in un progetto comune.

postato da: coordmigranti alle ore 18:38 | link |
categorie: giornale

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