QUELLO CHE NON SI DICE
Dopo essere scesi in piazza a Bologna il 7 luglio e dopo aver consegnato ai responsabili della Prefettura una lettera indirizzata ai ministri Amato e Ferrero, leggiamo dai giornali che il ministro Amato ha commentato le mobilitazioni dei migranti di questi ultimi giorni. Nella sua intervista dell’8 luglio, il ministro dice che il sistema di rinnovo del permesso attraverso le Poste non funziona ed è «un vero salasso» per le tasche dei migranti. Dice che per ovviare ai ritardi nei rinnovi ha firmato una circolare che consente, anche col cedolino delle poste, «di essere in regola pure se il rinnovo non è arrivato». Dice che «la Bossi-Fini ha ecceduto nell'ancorare la presenza in Italia all'esistenza, attuale e immediata, del lavoro. Uno dei nostri figli ha tutto il tempo di cercarselo, il lavoro, mentre il figlio di una persona giunta in Italia da un altro Paese, e in modo precario, il tempo non ce l'ha». Dice queste cose il Ministro Amato, e altri saranno pronti a credere che le dice perché ascolta i migranti, perché è attento ai nostri problemi e che il governo farà una buona legge. Ma c’è qualcosa che non dicono né il ministro, né quelli che sono pronti a supportare le parole del governo, o chiedono al massimo di accorciare i tempi di approvazione della proposta di legge Amato-Ferrero.
Non dicono che, come ministro, Amato potrebbe fare qualcosa subito e cancellare per decreto la convenzione con le Poste. Non dicono che il governo ha già emanato circolari che attestano la validità del cedolino e che nonostante tutto le agenzie di collocamento si rifiutano di assumerci, che i padroni non ci rinnovano il contratto, che spesso ci viene rifiutata anche la tessera sanitaria se non abbiamo un permesso valido. Non dicono che il legame tra permesso e lavoro è alla radice dello sfruttamento e della discriminazione non solo dei nostri figli ma di tutti noi migranti. Non dicono che la proposta Amato-Ferrero lascia intatto il legame tra lavoro e soggiorno e perciò, se verrà approvata, continuerà ad autorizzare il nostro sfruttamento. Non dicono che la precarietà del lavoro non colpisce solo i giovani e i migranti, e non dicono neppure che la precarietà dei migranti si chiama clandestinità: fino a quando la nostra permanenza sarà legata al lavoro, dovremo sempre subire il rischio di diventare clandestini, di rimanere clandestini, di tornare clandestini. La clandestinità è lo strumento per costringerci al silenzio!
Il Ministro Amato dice delle cose che secondo alcuni rispondono alle richieste dei migranti, ma a noi interessa ciò che non si dice e, soprattutto, ciò che non si fa. Se il Ministro dice che la procedura di rinnovo alle poste è una “rapina” o un “salasso” allora deve cancellarla subito e ridarci i nostri soldi! Se dice che il legame tra soggiorno e lavoro è troppo stretto, allora deve romperlo! Quello nessuno dice noi continueremo a dirlo, perché di certo le parole non ci ripagano delle 72 euro a testa che ci vengono rubate per rinnovare i permessi, né i silenzi cancellano il furto dei nostri contributi su cui, guarda caso, né il Ministro né i sostenitori dell’Amato-Ferrero dicono una parola. Speriamo solo che Amato non pensi di averci accontentato: non ci bastano le briciole, vogliamo quello che ci spetta! Noi lo abbiamo detto sempre con molta chiarezza.