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venerdì, 30 gennaio 2009

Denuncia e volantinaggio davanti alla sede di Coop Adriatica

Come promesso, continua la denuncia del Coordinamento Migranti contro Coop Adriatica. Questa mattina il Coordinamento Migranti ha fatto sentire la sua voce davanti agli uffici della sede centrale di Coop Adriatica, a Villanova di Castenaso. Con una azione comunicativa è stato denunciato il licenziamento di Babacar e le condizioni di lavoro imposte da Coop Adriatica.  Coop ha risposto facendo affiggere sulla porta il testo della lettera inviata alla stampa, che noi contestiamo. Nonostante il clima di omertà che Coop ha creato sulle condizioni di lavoro all'interno dell'azienda, numerosi lavoratori hanno espresso la loro solidarietà e confermato le denuncie avanzate dal Coordinamento. Di seguito pubblichiamo alcune foto dell'iniziativa, e diamo appuntamento a domani, sabato 31 gennaio, per nuove azioni di denuncia contro Coop Adriatica. Vogliamo ribadire con forza che di fronte ai licenziamenti e a pratiche discriminatorie le sedi opportune di discussione sono quelle pubbliche.  Rivendicare un discutibile codice etico non serve: Coop Adriatica dovrà rispondere alle accuse di fronte ai lavoratori che conoscono benissimo quello accade nei magazzini e nei negozi Coop.

Clicca sull'immagine per vedere la galleria

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Di seguito il testo del volantino di denuncia distribuito davanti agli uffici Coop

IL CODICE ET(N)ICO DI COOP ADRIATICA

Sono bastate poche parole per licenziare Babacar Ndiaye, poche parole dopo più di quattro anni di lavoro in Coop Adriatica, prima come magazziniere, poi come cassiere. Poche parole sono bastate per dichiarare che tre ritardi – sempre annunciati, sempre dovuti a circostanze eccezionali – sono sufficienti a chiudere le porte in faccia a un lavoratore. Bastano poche parole per dire che tre ritardi sono un pretesto per togliersi di torno una fastidiosa faccia nera – la cassa, si sa, non è il magazzino!

Anche a noi bastano poche parole per dire senza paura che, in barba al suo codice etico, Coop Adriatica ha assunto in questa vicenda un atteggiamento razzista, perché fino a che Babacar Ndiaye ha lavorato di notte nell'allestimento scaffali non ci sono stati problemi. Babacar era un lavoratore scomodo perché quando era addetto all'allestimento non ha smesso di denunciare che i turni serali erano pagati come normali in busta paga, nonostante sia prevista una maggiorazione notturna; perché quando era in cassa non ha potuto tacere la difficile condizione di lavoro determinata da turni spezzati, nonostante il contratto di lavoro part-time: tutto questo rientra nel codice etico di Coop Adriatica?

E rientra nel codice etico di Coop Adriatica il mancato rispetto degli accordi sindacali per quanto concerne l'allestimento serale che prevedono contratti a tempo determinato, ma con assunzione al terzo rinnovo? E la decisione di rimpiazzare precari con altri precari assumendo giovani lavoratori e lavoratrici con contratti di formazione lavoro di quattro anni? E ancora, rientra nel codice etico di Coop Adriatica costringere tutti i lavoratori ad aspettare sei anni prima di ottenere il tempo pieno, mentre nel frattempo assume a tempo determinato nuovi lavoratori e apre nuovi negozi?

Con queste domande vogliamo rompere il silenzio della città su Coop Adriatica. Per questo siamo qui oggi, per questo continueremo a far sentire la nostra voce: con Babacar siamo determinati a far conoscere a chi fa spesa nei negozi coop quale sia realmente il codice etico di Coop Adriatica.

Coordinamento Migranti Bologna e Provincia
postato da: coordmigranti alle ore 23:29 | link |
categorie: foto, manifestazioni
lunedì, 26 gennaio 2009

Il codice etico di Coop Adriatica? Continua la denuncia del Coordinamento Migranti

Con una lettera a firma Ufficio Stampa di Coop Adriatica Babacar Ndiaye è stato accusato a mezzo stampa di aver compiuto diverse infrazioni delle quali Coop sostiene di avere le prove, e il Coordinamento Migranti Bologna e provincia di aver diffamato l'azienda. Con questa lettera Coop Adriatica tenta di intimidire e coprire con il silenzio una denuncia che non ha nessuna intenzione di fermarsi: Babacar Ndiaye non è solo, insieme a lui, il Coordinamento migranti è deciso a mostrare l'ipocrisia dello “stile Coop”.

Non abbiamo paura di dire che Coop Adriatica, nonostante le sue campagne pubblicitarie, abbia assunto in questa vicenda un atteggiamento razzista, dato che finché Babacar Ndiaye lavorava di notte nell'allestimento scaffali non ci sono stati problemi. I problemi sono invece iniziati con lo spostamento alle casse causa malattia. Uno spostamento dovuto, secondo quanto stabilito dal contratto, ma che ha richiesto oltre sei mesi. Dopo questo spostamento e l'arrivo di un nuovo capo negozio, è stata costruita una trappola per mettere a tacere un lavoratore scomodo e per arrivare al licenziamento, utilizzando la possibilità da parte del capo negozio di cambi di turno senza preavviso, che vengono soltanto affissi in bacheca.

Babacar Ndiaye era un lavoratore scomodo perché quando era addetto all'allestimento non ha smesso di denunciare che i turni serali erano pagati come normali in busta paga, nonostante sia prevista una maggiorazione notturna; perché quando era in cassa non ha potuto tacere la difficile condizione di lavoro determinata da turni spezzati imposti al sabato, nonostante il contratto di lavoro part-time.

La pratica di non pagare la maggiorazione notturna sembra essere una pratica diffusa da parte di Coop Adriatica, una pratica che deve essere conosciuta. La maggiorazione notturna non viene inclusa in busta paga e non viene calcolata né nella tredicesima né nella quattordicesima: anche questo rientra nel codice etico di Coop Adriatica? E rientra nel codice etico di Coop Adriatica il licenziamento di lavoratori con esperienza all'interno dell'azienda, per sostituirli con contratti temporanei, anche di 2 o 3 mesi? E il mancato rispetto degli accordi sindacali per quanto concerne l'allestimento serale che prevedono contratti a tempo determinato, ma con assunzione al terzo rinnovo? E la decisione di rimpiazzare precari con altri precari assumendo giovani lavoratori e lavoratrici con contratti di formazione lavoro di quattro anni?

Il codice etico di Coop Adriatica sembra così prevedere il massimo risparmio sui contratti a discapito dei lavoratori. Massimo risparmio che viene ottenuto anche costringendo tutti i lavoratori ad aspettare sei anni prima di ottenere il tempo pieno, mentre nel frattempo assume a tempo determinato nuovi lavoratori e apre nuovi negozi perché il risparmio di Coop è in realtà il suo profitto. E nel calcolo del profitto rientra l'impiego di forza lavoro ormai composta per la maggioranza da precari con contratti a termine.

Per questo non sarà certo il codice etico di Coop Adritica a mettere a tacere Babacar Ndiaye e il Coordinamento Migranti Bologna con lui. Con questa lettera vogliamo allora rompere il silenzio della città su Coop Adriatica. E rispondere al tentativo di mettere a tacere chi alza la voce dicendo che le "sedi opportune" di cui parla Coop Adriatica sono per noi le mobilitazioni pubbliche, perché questa vicenda non ha nulla di privato.

È per questo che, nei prossimi giorni, pubblicamente ci faremo sentire. Lo faremo nelle sedi che noi riteniamo opportune, ovvero dove coloro che lavorano e che consumano presso Coop Adriatica possano ascoltare. 

Per informazioni: coo.migra@yahoo.it, tel. 327-57-82-056
postato da: coordmigranti alle ore 14:17 | link |
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giovedì, 22 gennaio 2009

Il Coordinamento il 24 gennaio in piazza per Gaza, contro i confini

Contro la guerra
Contro l’occupazione
Contro i confini

http://newsimg.bbc.co.uk/media/images/42941000/jpg/_42941425_gaza_ap.jpg

Il Coordinamento Migranti parteciperà il 24 gennaio alla manifestazione regionale di solidarietà con la Palestina, contro la guerra di Gaza, contro l'occupazione e contro i confini.

Il corteo partirà alle 17:30 da piazza dell'Unità, a Bologna


Basta con la guerra e l'occupazione, libertà per la Palestina!

Noi migranti ci uniamo a questo grido e condanniamo il massacro che Israele ha compiuto nelle scorse settimane, gli anni di embargo che hanno strangolato Gaza e i decenni di occupazione.

In queste settimane molte parti politiche hanno speculato sulla guerra per dividerci in nome della religione. Noi diciamo che il grido per la libertà degli uomini e delle donne palestinesi è invece un grido che ci unisce oltre la religione e la provenienza, perché è un grido contro ogni guerra e ogni confine.

Noi siamo dalla parte di coloro che in Palestina vivono, lavorano e lottano non in nome di un’appartenenza religiosa o nazionale, ma per rivendicare la loro libertà. Noi siamo dalla parte di coloro che in Israele lottano contro l'occupazione e contro le politiche razziste dei muri. L’orizzonte nazionale ci sta stretto perché conosciamo bene la violenza dei confini, quella violenza che in Palestina mostra il suo volto più brutale.

Noi che quei confini li attraversiamo ogni giorno, che siamo costretti dalla legge Bossi-Fini a essere sfruttati per poter restare, che siamo fuggiti dalla guerra ma non abbiamo alcun diritto, che siamo stati resi clandestini: noi conosciamo la storia degli uomini e delle donne di Gaza. Loro, come noi, non hanno il diritto di muoversi, e come clandestini sono costretti ad attraversare i confini di Israele, ad accettare di farsi sfruttare pur di sopravvivere. Loro, come noi, si aggiungeranno a quei profughi e rifugiati privati in Europa di ogni diritto.

http://www.racewire.org/archives/checkpoint.jpg

A Gaza uomini, donne e bambini sono morti sotto le bombe. In Europa noi possiamo almeno sperare che la nostra vita sarà salva, se siamo in grado di superare il mare, o i confini militarizzati. Ma siamo accanto agli uomini e alle donne della Palestina perché crediamo che, quando ci colpisce la guerra, non ci sono differenze tra di noi. Quando ci colpisce la guerra, non ci sono differenze tra di noi. Quando i confini e gli stati negano i nostri diritti e ci trasformano in braccia da sfruttare, detenere ed espellere, non ci sono differenze tra di noi. Quando la nostra vita è legata ad un pezzo di carta chiamato Permesso di Soggiorno, non ci sono differenze tra di noi. Noi migranti oggi ci uniamo al grido per la libertà degli uomini e delle donne palestinesi in nome di questa uguaglianza.

Il governo italiano che ha appoggiato il bombardamento di Gaza, oggi discute il “Pacchetto sicurezza” contro i migranti. Qui a Bologna in queste settimane hanno provato a mettere a tacere la rabbia positiva e pacifica di migliaia di migranti, facendo di tutto affinché il corteo di oggi non attraversasse il centro di Bologna. Hanno denunciato con un pretesto chi da sempre è impegnato nei percorsi di organizzazione dei migranti e di lotta per i loro diritti e la loro libertà. Lo hanno fatto per spaventarci ancora una volta, perché ci vogliono zitti e sfruttati.

Per questo mentre chiediamo giustizia per Gaza rilanciamo con urgenza l’iniziativa politica autonoma dei migranti. Per questo come sabato 24 scenderemo in piazza per difendere Gaza, così domani continueremo insieme la lotta contro la criminalizzazione dei migranti e contro le frontiere: quelle stesse frontiere che in tutto il mondo riducono le nostre vite in braccia da sfruttare e poi cacciare quando non servono.

Non siamo soli: in questi giorni a Brescia, Roma e Torino i migranti stanno facendo sentire la loro voce contro il “Pacchetto sicurezza” e la Bossi-Fini. Non ci sentiamo soli perché possiamo contare su di noi!


Il nostro grido di libertà per la Palestina è un grido di libertà
per tutti i migranti


Coordinamento migranti Bologna e provincia



postato da: coordmigranti alle ore 18:13 | link |
categorie: comunicati, manifestazioni
martedì, 20 gennaio 2009

Questa guerra di religione non è la nostra: comunicato del Coordinamento Migranti sulle indagini della procura di Bologna

QUESTA GUERRA DI RELIGIONE NON E’ LA NOSTRA
INSIEME A RAFIA, PER LA LIBERTA’ DI MANIFESTARE!

Apprendiamo con sconcerto che la procura della Repubblica di Bologna ha aperto un fascicolo contro un compagno, Rafia, da sempre impegnato nei percorsi di organizzazione dei migranti e di lotta per i loro diritti e la loro libertà. Non ci stupisce che la legge invocata sia stata emanata in pieno regime fascista. Tutto questo attecchisce bene, nel clima di generale criminalizzazione dei migranti creato dal pacchetto sicurezza. Dopo il tentativo di vietare la manifestazione del prossimo 24 gennaio nel centro cittadino, questa denuncia è solo l’ennesimo esempio della volontà sempre più aggressiva di alcune forze politiche di rendere la protesta contro il massacro di Gaza una guerra di religione da combattere contro i migranti proprio nel centro di Bologna.
Ma chi ha inoltrato l’esposto, e le forze politiche che lo spalleggiano, ha fatto male i conti: insieme al Coordinamento Migranti, Rafia è stato protagonista in questi anni di lotte che sono andate al di là di ogni identità nazionale e di ogni appartenenza religiosa. Ha dato voce a istanze che hanno denunciato il razzismo e lo sfruttamento e che hanno coinvolto e coinvolgono uomini e donne di tutto il mondo che sono qui e qui rivendicano la loro libertà.
Noi non combatteremo questa guerra di religione, perché non ci riguarda. In questo vergognoso attacco a Rafia, noi vediamo l’ennesimo tentativo di mettere a tacere quelle migliaia di uomini e donne che hanno voluto portare in piazza, pubblicamente e senza paura, il proprio grido per la libertà di Gaza. Sotto la bandiera dell’intolleranza religiosa, dietro la denuncia nei confronti di un singolo individuo, si cela l’attacco alla stessa possibilità di manifestare per migliaia di migranti. Se praticare questa libertà è un reato, tutti noi migranti siamo colpevoli. Per questo noi non esprimiamo una generica solidarietà nei confronti di Rafia, ma ne assumiamo completamente lo spirito e la pratica di libertà. È questa libertà che noi affermeremo con tutte le nostre forze. 
postato da: coordmigranti alle ore 09:30 | link |
categorie: comunicati
sabato, 17 gennaio 2009

L'era del Pacchetto Sicurezza - comunicato del Coordinamento Migranti sui divieti della Questura di Bologna

L’era del pacchetto sicurezza


http://web.tiscali.it/c.medda/Cartellonistica/Divieto%20d%27accesso%20alle%20persone%20non%20autorizzate.gif


Nell’era del pacchetto sicurezza, la Questura di Bologna ha la strada spianata. Può imporre senza indugi il divieto di manifestare per le vie del centro cittadino a migliaia di uomini e donne, per la maggior parte migranti, determinati a esprimere pubblicamente tutta la loro rabbia contro il massacro che tinge di sangue la striscia di Gaza, e tutta la loro solidarietà alla popolazione che quel massacro lo subisce.

Nell’era del pacchetto sicurezza, non verrà meno questa determinazione. Noi non cadremo nella trappola di chi, facendosi scudo della più bieca intolleranza religiosa, vuole mettere a tacere un’istanza politica, l’indignazione collettiva per il massacro che si sta compiendo in Palestina. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: Gaza non brucia sotto le bombe di un conflitto etnico o di religione, non trema per un fantomatico scontro di civiltà. Bruciano i corpi e si spengono le vite di uomini, donne e bambini imprigionati dentro un confine che si apre solo per trasformarli nei clandestini che lavorano nel territorio di quello stato che oggi li attacca. Non cadremo nella trappola di chi vuole costringere dentro a conflitti e confini identitari chi sta lottando per abbattere quei confini.

Nell’era del pacchetto sicurezza è chiaro che l’appartenenza religiosa o nazionale non conta. Sempre più confini – quelli della nazione che li rende clandestini, quelli della burocrazia che li soffoca, quelli dei contributi economici che li impoveriscono, quelli del razzismo che li divide – peseranno su tutti i migranti a prescindere dalla loro fede e dalla loro provenienza. I divieti imposti alla manifestazione del 24 gennaio parlano anche di questo, e ci fanno capire che è ancora più importante prendere parola.

Il 24 gennaio non potranno imporre il silenzio a chi come noi lotta per la libertà degli uomini e delle donne in Palestina. Dopo il 24 gennaio non potranno imporre il silenzio a chi con noi vorrà lottare per la libertà dei migranti in questo paese.
postato da: coordmigranti alle ore 01:24 | link |
categorie: comunicati
venerdì, 09 gennaio 2009

Una questione di confini

http://img.timeinc.net/time/daily/2008/0802/gaza_wall_0201.jpg

Quello che sta accadendo a Gaza non è una guerra di religione né una guerra etnica e neppure uno scontro di civiltà. È una questione di confini. Confini e muri reali come quello alto 8 metri che divide le città palestinesi da Israele, che trasformano decine di migliaia di palestinesi in lavoratori clandestini nello stato che oggi li attacca. Per questo condanniamo senza appello quello che sta succedendo in questi giorni a Gaza: quella del potentissimo esercito israeliano contro la popolazione palestinese è un'offesa che deve cessare immediatamente. Il massacro che si sta compiendo e gli anni di embargo e confinamento hanno trasformato Gaza in un enorme centro di detenzione a cielo aperto, dove le vite si consumano in silenzio e i diritti non valgono nulla. Di fronte a tutto questo ci uniamo alla rabbia e all'indignazione di quanti hanno manifestato in questi giorni, a Bologna, in Italia e in tutto il mondo, a fianco della popolazione palestinese. Esprimiamo la nostra solidarietà con forza, ma lo facciamo senza tradurre il linguaggio della solidarietà nel linguaggio dell'identità. Non solo per via delle strumentalizzazioni di quelle parti politiche che approfittano delle differenze religiose per alimentare logiche di segregazione e razzismo, ma perché in questi anni abbiamo lavorato duro per andare al di là delle identità, per rompere i confini che dividono le lavoratrici e i lavoratori. Siamo dalla parte di coloro che in Palestina vivono, lavorano e muoiono non in nome di un'appartenenza religiosa o nazionale, ma perché pensiamo che in gioco non è soltanto la fine di un'occupazione odiosa e di azioni militari criminali, ma anche la capacità di superare proprio un orizzonte nazionale che ha sin qui causato solo morti e distruzione e che mostra in Palestina il suo volto più brutale e violento. La questione palestinese è una questione di confini. La limitazione della libertà di movimento è la stessa per cui migliaia di uomini e donne attraversano ogni giorno i confini di Israele e non solo di Israele per lavorare, costretti allo sfruttamento pur di sopravvivere. È una storia che conoscono bene i migranti, a prescindere dalla loro appartenenza etnica o religiosa. È una storia che conoscono bene profughi e rifugiati, che questo brutale attacco sta moltiplicando esponenzialmente e che - ovunque clandestinizzati e privati di ogni diritto e tutela - alimenteranno le fila di quanti in Europa e nel mondo sono considerati solo come braccia da sfruttare, detenere ed espellere. La lotta degli uomini e delle donne palestinesi per difendere la propria vita deve poter comunicare con le lotte che qui e ora i migranti stanno portando avanti per difendere il proprio futuro. E coloro che, italiani e migranti, oggi si mobilitano per la Palestina non potranno ignorare, domani, le lotte che i lavoratori e le lavoratrici migranti stanno portando avanti, al di là dei confini comunitari e religiosi, contro la legge Bossi-Fini e il pacchetto sicurezza che proprio in questi giorni sarà discusso in Senato.
postato da: coordmigranti alle ore 07:49 | link |
categorie: comunicati